Una cosa straordinaria.
C'è un punto sul Seefeldquai a Zurigo dove sugli scogli addomesticati
dall'acqua, che contengono come un grosso tratto di matita l'estensione
del lago, si ergono delle strane figure spesso antropomorfe, di sassi
anch'esse. Un sasso poggia letteralmente su uno spigolo e ne regge un
altro che lo tocca in un solo punto, come la tangente il cerchio;
talvolta un terzo chiude l'acrobatica figura. Si creano composizioni
sorprendenti che si stenta a credere plastiche, tutt'al più elementi
astratti su una tela. Invece sono masse; ma masse che contraddicono la
legge di gravità, che si tolgono nel momento in cui sono, se la forza
di gravità è la mela che cade, è il peso della materia. Solo nel vuoto
la materia non ha peso. Ueli Grass der Steinkünstler (l'artista dei
sassi) attende quotidianamente alle sue composizioni perché capita
spesso che si alzi il vento o un uccello vi si posi sopra, e allora il
fragilissimo equilibrio si spezza, tutto frana, piomba in acqua, si fa
di nuovo materia che pesa.
Ci si avvicina il più possibile curiosi quando una nuova figura viene
ricomposta, per carpirne, increduli, il segreto, perché niente come
l'occhio, per secoli il senso del peccato per eccellenza ma anche
specchio dell'anima, metafora dell'intelligenza, ci permette di
profanare e accapparrare, ci finge il possesso. Non si riesce a credere
e si fruga in cerca di una spiegazione.
Queste masse smaterializzate hanno una forza simbolica immensa,
risucchiano in un modo anomalo. La prima cosa che mi hanno dato da
pensare è che, come diceva Spinoza, ciò che chiamiamo straordinario è
in realtà l'ordinario che non possiamo vedere o conoscere, così come
non potremmo mai conoscere l'intera catena delle cause, nella cui luce
tutto apparirebbe "naturale" ("aber dies ist Sache der Götter"). I
miracoli non sono meteore che giungono dall'altrove per stupirci, sono
possibilità inscritte nella natura: ma possibilità di cui non possiamo
rendere ragione, nelle quali esperiamo il limite del nostro occhio; per
questo deus sive natura.
In questo caso il limite non sta in un'impossibile conoscenza, perché
sappiamo che la materia è una forza, e che due forze possono
vicendevolmente reggersi e concentrarsi nella punta di uno spillo,
trovare un equilibrio. Da qui la fascinazione per i moti dei pianeti.
Il limite sta invece nell'incapacità sensibile di rendercene conto,
come accade per il sole che non possiamo non vedere ogni giorno sorgere
e tramontare, in barba alla "vera realtà". Ma nondimeno la nostra
angusta misura del mondo è misura di verità. La coscienza dell'abisso
tra il sapere e il vedere lascia le cose come stanno.
Quello che mostrano queste figure di sassi rimane stra-ordinario: la
cosa più pesante, più dura, più refrattaria, più terrena, più eterna si
fa a tal punto leggera da non sembrare più materia. La legge è ancora
presente, non c'è alcun inveramento o trasgressione della legge,
nemmeno l'assoluto può scavalcare la legge che è ordine (l'assoluto è
l'ordine), la legge rimane ma tras-figurata, com-presa, piegata al
gesto violento ma sacro dell'artista. Figure e prese sono il nostro
gioco, non possiamo che variare un tema. Che la natura matrigna si
sottragga sempre di nuovo alle figure nelle quali ce l'avviciniamo, o
che la natura intimamente tenda a rinascere insieme a noi, decide del
carattere violento o sacro dell'arte; ma essendo la natura sempre al di
là dei ponti che le lanciamo, e prendendo, quando accade, la parola in
modi opposti senza giudicare, il carattere dell'arte rimane ambiguo,
non deciso.
La legge dunque è ancora presente, ma non siamo in grado di scorgere il
filo di equilibrio che tiene la materia in punta dei piedi, come
sospesa al divertimento di un burattinaio che sembra calarla dal cielo.
Non c'è segno di sforzo o artificio nella materia quando le si
obbedisce. Le immagini del punto archimedeo sul quale sollevare il
mondo o della chiave universale che permetta di aprire le stanze della
memoria del Dio che ci sta sognando attingono al medesimo desiderio di
far parlare docilmente la natura.
La perizia, il mestiere, quello che talvolta con termine e spregio
antichi si chiama tecnica per opporla all'Arte del genio, creatore ex
nihilo, è la via di umiltà necessaria per rendere docili noi stessi e
in questo modo indurre docilità nella natura, e farla parlare come per
la prima volta.